In conversazione con Mauro Turrisi e Giorgio Massa, designers di Fermas.club.
BY .BEYOND
16/03/2023
Nel cuore della Sicilia, due menti creative si sono fuse per dar vita a un marchio che incarna l’essenza dell’arte visiva e della moda. Mauro e Giorgio, i visionari dietro “Fermas.club”, hanno trasformato i loro sogni in realtà, sfidando le convenzioni e creando uno stile che risuona con l’energia del tempo. Un viaggio che parte dalle strade di Trapani e si intreccia con la vibrante metropoli di Milano, dando vita a un brand che abbraccia l’unicità di ogni individuo e promuove valori di uguaglianza e diversità.
- Raccontateci di voi: da dove venite, qual’è stata la vostra formazione scolastica, e cosa vi ha portato a lavorare insieme in questo settore
Siamo Mauro e Giorgio, veniamo da Trapani, in Sicilia, ed abbiamo rispettivamente 25 e 26 anni. Entrambi abbiamo frequentato il liceo scientifico nella nostra terra natia, per poi trasferirci a Milano, dove ci siamo specializzati in graphic design e fashion marketing presso l’Istituto Europeo di Design. Personalmente già ci conoscevamo, ma non eravamo in rapporti stretti. Tuttavia, grazie a delle amicizie comuni e alla perfetta sinergia tra le nostre competenze professionali e personali, siamo stati destinati a unirci. È stato il desiderio irrefrenabile di esprimerci, di dire qualcosa di autentico e di creare qualcosa di rilevante, che alla fine ci ha portato ad abbracciare il mondo della moda e dell’arte visiva in senso ampio. Sostanzialmente un sano senso di rivalsa verso tempi e spazi che, possibilmente, ci avrebbero voluto vedere fare altro nella vita, qualcosa di più canonico e di ben definito. - Come descrivereste il vostro stile con delle parole chiave?
Il nostro stile è sicuramente figlio della generazione cui apparteniamo, del suo immaginario ma soprattutto del tempo. Viviamo la nostra realtà e la traduciamo in funzione di ciò che ci colpisce. La parola chiave è: “zeitgeist”. Possiamo affermare che non ci identifichiamo in uno stile predefinito, ma ci immergiamo in un’immaginario che trova forma nel tempo che vive. - Come nasce il marchio “club”, e cosa sta a significare il nome?
Il marchio nasce da un progetto universitario, un’idea che ha preso forma inizialmente come un gioco, ma che ha alimentato il desiderio di creare qualcosa di unico e personale, lontano dai primi passi professionali che avevamo compiuto per conto terzi. Tutto è iniziato in una cucina di un’appartamento studentesco dove, tra un lockdown e l’altro, le prime bozze del marchio e dei prodotti hanno preso vita.
Il nome stesso, in realtà, è un semplice insieme di parole, l’unione dei nostri cognomi che si fondono in un’unica entità. Con il tempo, abbiamo aggiunto il “.club” ad esaltarne i valori di lifestyle e comunità che il brand vuole rappresentare. - Cosa avete in comune voi e “Club”?
L’essere giovani, la ricerca e lo stile di vita. Come detto prima, il prodotto finale è figlio di ciò che siamo e noi siamo figli del nostro prodotto. - Parlateci del vostro processo creativo. Dal concepimento dell’idea alla realizzazione sino alla vendita delle vostre creazioni.
Il processo creativo è qualcosa che non ha una forma precisamente definita. È vero che passa necessariamente da determinati step più o meno universali, ma è altrettanto vero che questi possono variare di modalità di collezione in collezione, man mano che maturano le nostre esperienze e capacità. Inizialmente, potrebbe essersi manifestato come un processo concettuale con radici molto artistiche e, in un certo senso, presuntuose. Il prodotto era frutto di ciò che volevamo che fosse, il che è sostenibile se fortemente promosso e comunicato, se supportato da grossi budget e, ovviamente, se è oggettivamente ben realizzato. Era un prodotto intriso di personalità, infuso della ferma convinzione che ciò che creavamo fosse bello e valido. Tuttavia, quando ci si rende conto che un marchio non è solo un progetto creativo, ma anche un’azienda, il rapporto tra creatività e prodotto diventa un dialogo a doppio senso. Il prodotto stesso inizia a plasmare il creativo tanto quanto il creativo definisce il prodotto. S’instaura una simbiosi, in cui le idee si nutrono delle potenzialità e delle sfide concrete dell’azienda, e le visioni creative si fanno strada tra gli strati della realtà commerciale. - Cosa vi ha portato a ispirarvi all’homeware e alle subculture?
Detta in parole crude, vedevamo nell’homeclothing l’esigenza del mercato in quel periodo. Noi, siamo i primi consumatori che esaminiamo e ciò che volevamo tra il 2019 e il 2020 era dell’abbigliamento in seta, Made in Italy, che non costasse migliaia d’euro. E sul mercato non c’era e tuttora è un prodotto che scarseggia, specialmente se si ricerca un’impronta fashion. La grande verità è che oltre a trattarsi di un trend, la cosa ci limitava molto all’essere un brand prettamente da primavera estate. Tuttavia, nel corso del tempo, le nostre prospettive sono mutate e ciò che desideriamo nel 2023 è naturalmente diverso da ciò che cercavamo in passato. Di necessità si fa virtù e dunque si traspone quanto di imparato con la prima forma embrionale del brand ed oggi la si porta alla corrente formula.
Quali sono i messaggi e i valori che volete diffondere tramite i vostri capi? E i vostri valori d’artista?
I messaggi ed i valori cambiano nel tempo, o almeno così dovrebbe naturalmente essere, altrimenti vivremmo in una realtà statica, immobile. Ci si auspica di non dover continuare a trasmettere, tra cinque, dieci o vent’anni, ciò che si comunica oggi. Quello che ci possiamo auspicare da esseri umani, prima che artisti, è che il messaggio non sia mai derivato da esigenze di mercato.- Quali tipologie di persone sono il vostro pubblico di riferimento?
Ad oggi è ovviamente la nostra generazione nella speranza che possa rivedersi, se non nel prodotto, almeno nelle ideologie. Ma quando la nostra generazione dovrà passare il testimone, sarà il momento di investire sul nuovo, che non è mai sbagliato. - Qual’è la vostra opinione sull’industria della moda odierna?
Probabilmente abbiamo posizioni comuni e posizioni contrapposte a riguardo. Ciò che entrambi pensiamo è che come in tutti gli altri settori fortemente influenzati dall’era dei social, oggi si sia appiattito un po’ tutto. L’immaginario della massa è sempre più collettivo e meno frazionato. Si ha tutti una medesima utenza, non ognuno la propria. Questo non è ne giusto né sbagliato, forse è più sbagliato che giusto, ma ciò nonostante va inteso come un dato sul quale riflettere. Ciò che è evidente è che oggi sia molto più importante la forma del contenuto. - Quali forme di creatività ritenete possano influenzare positivamente la cultura della diversità e dell’inclusione?
Non sappiamo quali forme, ma crediamo di saperne il modo: radicale. Ciò che poi è importante è il tempismo. - Pensate che i vostri capi possano contribuire a promuovere l’uguaglianza di genere e la diversità? Se sì come ?
Il brand ha molto a cuore l’esaltazione dell’unicità di ognuno di noi e, pertanto, le nostre differenze. Possiamo auspicare che il nostro prodotto possa dare un contributo, ma la forma ed il come saranno, come tutto il nostro lavoro, frutto del tempo.